domenica 27 dicembre 2009

Le donne della guerra



Partigiane , infermiere, staffette ,informatrici.
In prima linea ,nonostante tutto, c’erano anche loro:le donne della guerra, che la guerra l’hanno fatta, vissuta e raccontata.
«Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte»A. Marchesini Gobetti.

Così la donna non si distingueva più solo per il ceto sociale:
C’era la partigiana, che combatté con il sangue per la liberazione della patria
C’era l’infermiera , che soccorreva i tanti troppi caduti che una guerra fatta da un esercito non regolare e improvvisato provocava
C’erano le staffette , cioè coloro che , per conto dei vari reparti di partigiani, costituivano l’unico e vero mezzo di comunicazione.
Durante le soste di pernottamento e di riposo, le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e , soprattutto, di informazioni riguardo eventuali reparti nemici nelle vicinanze.
C’erano infine le informatrici, coloro che tenevano aggiornati i vari reparti sulla situazione politica generale e sull’andamento delle battaglie nella penisola.
Ogni donna non fascista dell’epoca partecipò per quanto possibile alla resistenza.
Le contadine accoglievano e rifocillavano, rischiando d’essere scoperte, i partigiani di passaggio, trattandoli spesso come figli.
E’ infatti questo il ruolo che Marta, nel libro ‘I piccoli maestri ’ , riveste a pieno , difendendo l’identità e l’ubicazione dei partigiani che ospitava anche a costo di essere arrestata e torturata.
Le donne però, che come molti ritengono, furono colonne portanti dell’organizzazione e della gestione della guerra partigiana, non furono mai lodate e premiate per gli sforzi ed i rischi corsi durante la guerra, quasi solo il braccio dell’uomo fosse stato l’artefice della vittoria partigiana.

giovedì 24 dicembre 2009

La classe dirigente italiana nel dopoguerra


Studiavamo letteralmente per l'Italia, per l'inesistente grande classe dirigente italiana che doveva emergere dopo la guerra. Doveva.[...]Era un corso accelerato di sapienza antifascista”


Già durante la Resistenza, iniziarono a crearsi vari partiti politici antifascisti. I principali erano: il Partito Repubblicano, il Partito Comunista italiano, il Partito Socialista e infine, il Partito della Democrazia Cristiana.

Il partito Comunista e il Partito Socialista strinsero il patto d'unità d'azione nel 1934 per combattere insieme il fascismo, mentre il Partito Repubblicano fu molto importante nella lotta della Resistenza italiana e nella lotta contro il fascismo in Spagna.

Il partito della Democrazia Cristiana nacque nell'autunno del 1942, e fu fondato dall'unione di diversi gruppi, tra cui il Partito Popolare, uomini del Sindacalismo bianco e militanti cattolici antifascisti. Inoltre contribuirono alla fondazione di questo partito tutte le persone della nuova generazione che rifiutavano ogni ripresa della tradizione prefascista. Il partito partecipò alla resistenza politica e militare, entrò con propri uomini nei governi di Badoglio e Bonomi e infine in quello di Parri che si formò subito dopo la liberazione, ma che andò in crisi in pochi mesi.

Nel Dicembre del 1945 De Gasperi (il fondatore della DC) andò al potere per varie ragioni: aveva un passato antifascista, era interlocutore privilegiato degli USA ed era l'uomo in grado di assicurare gli interessi della Chiesa e di salvaguardare l'autonomia dello Stato.

Nel referendum istituzionale manifestò una preferenza a favore della Repubblica e dopo i risultati del 2 Giugno 1946 contribuì a stroncare ogni resistenza monarchica. Nelle elezioni il Partito della Democrazia Cristiana risultò quello con un maggior numero di voti; gli esponenti di questo Partito furono tra coloro che contribuirono maggiormente nel redarre la Carta Costituzionale.

Il partito della Democrazia Cristiana rimase al governo del nostro Stato per 52 anni (dal 1942 al 1994). I maggiori esponenti di questo partito furono oltre ad A. De Gasperi, G. Gronchi, A. Moro e G. Andreotti (che è tuttora senatore a vita).

Matteo Atanasio

mercoledì 23 dicembre 2009

Le comunicazioni clandestine

«(Le famiglie che sostenevano i partigiani)… Ci ospitavano, ci nutrivano, ci fornivano le biciclette, ci recapitavano i messaggi, tenevano in casa depositi e archivi, e magari anche la trasmittente clandestina, e addirittura l’operatore della trasmittente clandestina» I piccoli maestri – Luigi Meneghello

Durante la resistenza, i canali di comunicazione fra i partigiani e gli alleati erano le staffette e le radiotrasmissioni clandestine. La più importante tra queste era Radio Londra, una stazione radiofonica della BBC che trasmetteva contenuti specifici in tutta l’Europa continentale. Questa emittente era promossa dal primo ministro inglese, Winston Churchill. Le trasmissioni iniziavano sempre con le prime note della 5° sinfonia di Beethoven, che in codice morse corrispondono alla lettera “V”, iniziale della parola “victory”, il motto di Churchill. Si proseguiva con i messaggi degli ascoltatori o con quelli del governo britannico ai combattenti e ai partigiani.

I messaggi destinati al fronte venivano letti dal colonnello Harold Stevens, ed erano coperti da segreto militare; questo li rende ancora oggi indecifrabili. Di seguito ne è riportato uno:

“...Parla Londra, trasmettiamo alcuni messaggi speciali. Felice non è felice; è cessata la pioggia; la mia barba è bionda; la mucca non dà latte; Giacomone bacia Maometto; le scarpe mi stanno strette; il pappagallo è rosso; l'aquila vola. Parla Londra, abbiamo trasmesso alcuni messaggi speciali.”

Per portare ordini e messaggi ai partigiani era stato istituito un servizio di staffetta, composto principalmente da donne, che dovevano raggiungere gli insediamenti dei combattenti nel minor tempo possibile e cercando di non destare sospetti. Le staffette correvano tanti rischi quanti ne correvano i resistenti: spesso per portare i messaggi bisognava scappare dai fascisti e dai tedeschi, trascorrere varie nottate all’aperto e faticare per trasportare viveri e indumenti.


Alberto Corato

venerdì 18 dicembre 2009

LA MALINCONIA DELLA RESISTENZA


Immagine realizzata da Nemanja Rajic


La malinconia è un sentimento che provoca uno stato emotivo di tristezza continua, a volte inconsapevole, che porta un individuo al condurre un'esistenza passiva, senza prendere iniziative, adattandosi a ciò che gli succede intorno con la convinzione che non lo riguardino o che in essi non possa avervi un ruolo determinante. Si potrebbe spiegare come un desiderio, molto profondo, di una cosa, che potrebbe essere ormai persa, di una patria, forse non rivista mai più, o di una persona amata, che magari non ha ricambiato questo sentimento o che si è persa per sempre, ma di cui si sente fittamente la necessità o per realizzare i quali non ci si sente all'altezza. La malinconia si dimostra attraverso espressioni del viso o attraverso atteggiamenti pigri che delineano spesso l'intero corso della vita di una persona.
Nella lettura de”I Piccoli Maestri”, ambientato nella II guerra mondiale, molto spesso abbiamo riscontrato questo sentimento, infatti lo scrittore tende molto a sottolinearlo. Molto probabilmente Luigi Meneghello lo fa a causa della sua esperienza personale avuta in guerra, combattuta con la resistenza.
Le malinconie più ricorrenti, non solo del protagonista ma anche dei personaggi secondari e antagonisti, sono quelle della propria casa, della propria fidanzata, della propria moglie, dei propri figli... Tante volte sono proprio i compagni rivelano al protagonista le proprie malinconie. Non perché lui gliele chieda, ma perché in questo modo loro si sentono più sollevati. Questa condivisione di sentimenti dolorosi fa sicché la sofferenza che tengono in serbo svanisca parzialmente. Ad un tratto del libro, persino un soldato tedesco racconta della propria malinconia verso la patria, verso la propria città natale. Anche se non parla in modo diretto della malinconia, dalle sue parole essa emerge molto fitta.
La malinconia, esistita da sempre, ha accompagnato la storia fino ai giorni nostri. È un sentimento che non bisogna prendere alla leggera perché essa ci accompagnerà per sempre come ci ha già accompagnato.


Nemanja Rajic

giovedì 17 dicembre 2009

Marcesina, la Finlandia d' Italia

… mi pareva d’intuire dov’era la conca di Marchesina …

La Piana di Marcesina, si trova ai confini del Trentino Alto Adige, in una piana (da cui il nome), situata nell’Altopiano dei Sette Comuni.Situata nel comune di Enego, essa si estende per circa 15 km quadrati. La Piana di Marcésina, e non Marcesìna, riveste un ruolo naturalistico importante poiché è la zona più fredda in tutto il Veneto e probabilmente di tutta Italia. La cosa interessante è che nonostante il suo clima così rigido, essa si trova ad un’ altezza media di soli 1400m. Poche sono le costruzioni: malghe, casoni, abitazioni in legno e lamiere.
Geologia_La piana è sepolta da morene glaciali che nascondono affioramenti di rocce d’ origine sedimentaria tipiche delle Prealpi Venete. La zona presenta pieghe poco accentuate intervallate da faglie nel settore nord-sud mentre caratterizzate da forte attività geologica sono le rocce che si presentano molto piegate.

Idrografia_Marcesina è molto particolare rispetto alla totalità dell’intero altopiano di Asiago in quanto i depositi morenici hanno determinato l’impermeabilizzazione del’luogo per cui si formano acquitrini con drenaggi eseguiti da ruscelli che alimentano la Val Gadena.

Morfologia_La presenza nel’antichità di ghiacciai ha determinato la morfologia dell’attuale conca di Marcesina in quanto essi hanno colmato le depressioni e modellato le cime. Proprio grazie alle morene (resti rocciosi causati dai ghiacciai) è possibile determinare che il “modellamento” della piana si può ricondurre all’ultima glaciazione.

Flora e Fauna_Nella zona la fauna è un elemento a sé stante in quanto le rigide temperature del luogo favoreggiano un preservamento solo di alcune piante e animali. Si trovano anche importanti specie rare tra cui la Drosera rotundifolia e l’Andromeda polifolia, scoperta per la prima volta proprio in questo luogo nel 1703. Elementi faunistici tipici della zona sono certamente cervi, caprioli, scoiattoli, volpi e marmotte. Ultimamente dal 2006 è stato riavvistato l’orso bruno. Molte sono le attrazioni sportive e naturalistiche di questo posto, si passa dalle scampagnate in estate, alle sciate invernali. Famoso è il sentiero dei Cippi che porta ai Castelloni di San Marco, senza dubbio uno dei luoghi più affascinanti dell’Altopiano.
Marco Gasparotto

lunedì 14 dicembre 2009

IL LAGO DI FIMON


"...In una c'è il laghetto triste che si chiama Fimòn; al di la del lago..."

Il lago di Fimon è l’unico lago veramente importante che troviamo nella provincia di Vicenza. É un lago di dimensioni molto piccole (0.52 Km) e profondità molto ridotte(4-5 m nei tratti più profondi). Presenta un fondo melmoso e una vegetazione molto abbondante. Si trova nel sud della provincia nella frazione Lago di Fimon in provincia di Arcugnano.

Nei pressi del lago si trovano importanti siti archeologici in quanto vi troviamo resti di insediamenti appartenenti a due epoche distinte: il primo appartenente all’età del bronzo( il secondo appartenente al neolitico(IV millennio A.C.). Il primo a interessarsi realmente e approfonditamente di questi insediamenti fu il naturalista vicentino Paolo Lioy. Le notizie riguardanti l’attività umana durante l’epoca romana e medievale sono quasi del tutto assenti forse poiché la vallata era del tutto ricoperta d’acqua. La bonifica della vallata cominciò solamente nel quattrocento, promossa dai comuni, fino a ridurlo alle dimensioni attuali.

Le specie ittiche presenti in questo periodo sono il pesce gatto, il pesce persico reale, il pesce persico sole e il persico trota (comparse nell’ultimo periodo), la carpa, il luccio, la tinca, l’anguilla (presenti già dal 1887 anno degli studi del Tarassi) e il pesce siluro. Quest’ultimo, essendo uno dei più grandi pesci d’acqua dolce(fino a 280 cm di lunghezza e 25-30 anni di vita), si trova quasi al culmine della piramide alimentare. Si nutre di tutti i pesci vivi o morti che si trovano nel lago di Fimon e sta compromettendo l’ecosistema del lago fino al punto di indurre la provincia a prendere seri provvedimenti contro questo pesce che sta invadendo le acque non solo del lago ma anche del fiume Po e di altri bacini e fiumi dell’Italia.

Negli ultimi anni la comparsa del gambero rosso della Louisiana rischia di compromettere l’equilibrio flora-fauna del lago in quanto non teme caldo, freddo, pesticidi, siccità o quant’altro. In compenso mangia tutto. L’hanno soprannominato “bomba ecologica”. Questo gambero mangia soprattutto le “castagne d’acqua”, piante originarie dell’Asia che però sono specie floristica del Lago di Fimon che è l’unico sito di crescita all’interno del territorio vicentino, riducendole a poche decine. Ha una rapidità di colonizzazione elevatissima.

Luogo importante per turismo, il Lago di Fimon attira pescatori, amanti della natura che possono ammirare il panorama usufruendo dei percorsi più semplici e delle mulattiere utilizzate tempo fa dai carri carichi di risorse provenienti dalle cave di “Pietra di Nanto” e anche ciclisti. Esistono inoltre percorsi adatti alle persone disabili e un sentiero didattico - archeologico.

È presente anche una base nautica aperto nel periodo estivo. Ha 36 ormeggi, con sosta gratuita per i soci delle basi nautiche per il periodo di una settimana.

Elia Bonetto

giovedì 10 dicembre 2009

L'eccidio di Bassano del Grappa


Il 26 settembre 1944 a Bassano del Grappa 31 giovani partigiani bassanesi, catturati in seguito ad un rastrellamento sul Grappa e sugli altri monti vicini, furono impiccati lungo un viale della cittadina veneta. Questa azione da parte dei militari nazi-fascisti causò la morte di oltre 400 antifascisti e la deportazione di altri 500.
Per ogni albero vi era un impiccato: ognuno di essi aveva le mani legate dietro la schiena e portava una targa sul petto, che recitava “briganti”. I nazisti ritenuti responsabili della carneficina non sono mai stati processati dallo Stato Italiano per questo loro crimine. I loro nomi sono Herbert Andorfer, tenente delle SS, processato in Germania per l’uccisione di circa 5000 ebrei nel campo di sterminio del quale era il direttore, e Karl Franz Tausch, conosciuto dalla popolazione locale con la triste fama di “boia tedesco”, che il giorno della strage non aveva nemmeno 22 anni d’età.
Nel pomeriggio di quel lontano settembre fu Andorfer a dare l’ordine di uccidere i 31 giovani. Questi, in precedenza, avevano subito delle iniezioni al fine di svigorire le loro capacità reattive. Furono poi caricati su di un camion sotto il controllo di due soldati tedeschi.
I cappi con cui vennero impiccati erano fatti con pezzi di cavi telefonici e alla sommità era collegata una fune attaccata all’autocarro. Dei volontari ex appartenenti delle “Fiamme Bianche”, tutti giovani neppure diciottenni (un testimone parlò addirittura di un ragazzino di 12 anni che faceva parte del plotone di esecuzione), annodavano i cappi intorno al collo delle vittime. Su ordine di Tausch, il camion accelerava stringendo il nodo attorno alla gola delle vittime e lasciandole penzoloni. Se il partigiano non moriva subito, veniva preso per le gambe e tirato verso il basso da quei ragazzini.
Dopo l’esecuzione, gli assassini e i fascisti di Bassano profanarono i corpi degli impiccati con insulti, sputi e incastrando sigarette nelle bocche dei morti, per poi andare a festeggiare in alcuni locali del posto.
I corpi rimasero in mostra per quasi un giorno intero, circa venti ore, per spaventare gli abitanti e dissuaderli dalla volontà di partecipare alle attività di ribellione contro il regime.
Oggi, il viale alberato è stato chiamato Viale dei Martiri in ricordo di quei 31 partigiani morti per la libertà dell’Italia.

Federica Magnabosco

venerdì 4 dicembre 2009

I soprannomi nei partigiani

“ L’arcadia dei nomi è antica malattia italiana, semmai i nomi che spettavano a noi sarebbero stati quelli degli arcadi e dei pastori, Menalca, Coridone, Melibeo; o forse degli accademici in maschera, l’Inzuccato, l’Intronato, l’Iperbolico. Così in mezzo a Tigre, Incendio, Saetta, restammo Mario, Severino, Bruno…”


I soprannomi erano una parte molto importante nella vita dei partigiani poiché delineavano, nella maggior parte dei casi, il loro carattere e la loro personalità; in quanto un soprannome è il nome con cui si usa chiamare una persona per far si che si possa riconoscere in mezzo ad altre per una caratteristica personale, morale o fisica. Ne “I piccoli maestri” Meneghello fa capire che il suo gruppo, la sua brigata di partigiani non utilizzava soprannomi per distinguersi all’interno di esso, ma tendeva a mantenere i propri nomi di battesimo o i propri soprannomi già acquisiti prima (a causa per esempio della presenza di molti cognomi uguali nel proprio paese). Non li utilizzavano poi perché erano legati alle proprie personali radici culturali, rurali e contadine (come si può capire leggendo “Piccola biografia” di Fernando e Antonio Carta oppure “La notte delle farfalle” di Sergio Capovilla) e cambiare il proprio nome e farsi chiamare in un altro modo sarebbe come stato rinunciare alle proprie origini a causa della guerra; e quindi tenevano i loro nomi e soprannomi che avevano già: Mario, Severino, Bruno eccetera. Ciò nonostante altri gruppi partigiani di altre regioni, e anche di altre province all’interno del Veneto, utilizzavano i soprannomi, certi molto elaborati (quali ad esempio Menalca o Coridone) oppure dei soprannomi più semplici, come Bestione, Bagi, Fiasca. C’erano poi anche soprannomi ricavati dalla semplice abbreviazione del nome originale, come ad esempio il Capitano Antonio Giuriolo che diventa semplicemente Capitan Toni. Si davano inoltre anche dei nomi alla brigata, come per esempio alla brigata di Camisano Vic. no venne dato quello di Brigata Aldo Segato (per ricordare un compagno caduto in battaglia,e per far capire che molte volte i cognomi nascono da semplici cose).

Matteo Zoppello

L’alimentazione durante la Seconda Guerra Mondiale



Bisogna premettere che durante tutto il periodo della Seconda Guerra Mondiale, l’approvvigionamento per le truppe italiane è stato un grosso problema, a differenza dell’ottima organizzazione delle fazioni alleate (s’intende, dopo la caduta di Parigi, Inghilterra e Stati Uniti) e delle fazioni facenti parte dell’asse Ro.Ber.To. esclusa l’Italia, che disponevano, infatti, oltre al classico scatolame (carne, zuppe, sardine ecc...), di pasti caldi e, in casi di necessità anche delle cosiddette Razioni K (consistevano in cibo liofilizzato che permetteva “un’autonomia” di settimane). La maggior parte delle volte, infatti, i militari italiani erano obbligati ad arrangiarsi a come potevano, a causa della pessima organizzazione.
Come si può leggere nel libro I Piccoli Maestri, lo stesso problema si presentava anche per i partigiani italiani. Non avendo un Intelligence di settore, i rifornimenti di cibo erano presenti grazie a civili che donavano ciò che potevano, aiuti alleati e a volte assalti ben riusciti a rifornimenti nemici. Solitamente, comunque, i pasti giornalieri erano uno, massimo due. Essi consistevano in cibi molto semplici come la polenta e quasi mai carne giacché era un alimento considerato di lusso (solo gli ufficiali, infatti, ne consumavano con una certa regolarità).
Detto ciò però non bisogna pensare che la popolazione civile avesse vita facile. Dato che l’Italia era soggetta a un embargo da parte di Inghilterra e Stati Uniti, tutto doveva essere razionalizzato (è così che nascono le tessere annonarie, che limitavano la distribuzione di generi come pasta, carne, farina ecc...). Data la lunga durata del conflitto, però, le quantità distribuite calarono (per esempio dal ’41 al ’44 il pane distribuito giornalmente passò dai 500g, fino a 100g). Il problema era quasi assente per ceti sociali alti, dato che potevano permettersi di acquistare generi non distribuiti o di lusso (sigarette, cioccolato...) rivolgendosi al mercato nero. Altra categoria “privilegiata” fu quella dei contadini, poiché poteva contare sulla propria produzione, aumentando così le quantità, e diminuendo i casi di malattie come la pellagra.

Leonardo Faggionato


venerdì 20 novembre 2009

L’eredità psicologica della guerra

Nel libro” I piccoli maestri ”di Luigi Meneghello si capisce che la guerra cambia la mentalità delle persone. È semplice durante un combattimento ,con la paura di morire, prendere il parabello, sparare e magari uccidere qualche avversario .Ma è difficile riflettere quando tutto è finito. Quando la guerra è finita all’inizio il soldato prova gioia per avere la fortuna di essere in vita,ma dopo un po’ la maggior parte dei soldati comincia a riflettere sulle loro azioni e ricordono quelle terribili immagini . Le statistiche dimostrano che una grande percentuale dei reduci di guerra ha problemi psicologici. Al continuo ricordo di spari,feriti e morti si reagisce in modo diverso. Ci sono reduci che riescono ad opprimere i ricordi e a far finta che tutto non sia accaduto. Questi cercano di vivere senza soffermarsi su quei momenti,ma ogni tanto i ricordi ritornano. Poi ci sono soldati tormentati dai ricordi così tanto da cadere in depressione e qualcuno riesce dopo una cura ad uscirci, ma altri no. Infine si riscontra un modo di reagire più drammatico,il suicidio . Quando le terribili immagini ti perseguitano qualcuno preferisce farla finita. Richard Gabriel certifica che durante la seconda guerra mondiale l’esercito americano ha subito una perdita di 504000 uomini a causa di collassi psichiatrici . Lo studio di combattenti dell'Esercito degli Stati Uniti sulle spiagge della Normandia ha rilevato che dopo 60 giorni di lotta continua il 98% dei soldati sopravvissuti erano diventati vittime psichiatriche e il restante 2% identificati come "aggressive personalità psicopatiche. I politici alla fine di una guerra si sono preoccupati di molti aspetti , tralasciando però i problemi psicologici che hanno causato la continua lotta ai sopravvissuti.
Marta Iselle

giovedì 19 novembre 2009

I RASTRELLAMENTI MILITARI


I rastrellamenti, durante la seconda guerra mondiale, erano vere e proprie operazioni di tipo militare accuratamente preparate e attuate con grande dispiegamento di uomini, mezzi e armi pesanti. L’obbiettivo principale di un rastrellamento erano i partigiani e il loro annientamento. In genere un rastrellamento doveva colpire in modo inaspettato e violento, cogliendo di sorpresa i partigiani. Per questo motivo si cercava di evitare ogni possibile scontro, lasciando che le formazioni diventassero consistenti nel numero e temerarie nelle azioni. Allo stesso tempo si cercava di ottenere tutte le informazioni possibili sulla posizione e sulla consistenza delle forze partigiane. I nazisti arrivavano con le autoblinde e iniziavano a sparare con le mitragliatrici; scesi, circondavano l’area dov’erano collocati i partigiani e in silenzio perlustravano casolari, siepi, contrade, percorrendo tutte le strade, fino ai sentieri che conducevano ai monti ed ai boschi, dove subito i giovani cercavano di scappare, sperando di salvarsi nascondendosi nei rifugi sotterranei. Le case, spesso, venivano incendiate.
Uno dei rastrellamenti più noti, è quello avvenuto sul monte Grappa fra il 20 e 28 settembre del 1944. Il massacro si è sviluppato ad opera delle truppe del Terzo Reich, ed è caratterizzato da una violenza spropositata. Quella che doveva essere un’operazione contro i partigiani acquistò dopo poche ore i tratti del massacro contro prigionieri e civili disarmati. Infatti le forze della Resistenza arroccate sul Grappa non avevano le armi adeguate e sufficienti e nemmeno le munizioni per fronteggiare un rastrellamento. Quindi, dopo un lesto tentativo di contrasto, dovettero abbandonare il terreno. In poco tempo la violenza nazista e fascista si sviluppò contro degli uomini, soprattutto donne e bambini.
Giulia Vigolo

sabato 14 novembre 2009

Le armi dei partigiani



I partigiani non erano parte dell'esercito, bensì erano migliaia d’italiani, uomini e donne, operai, contadini, studenti, professionisti e sacerdoti che ebbero il coraggio di prendere le armi ed iniziare la guerriglia contro i fascisti ed i tedeschi che ormai da vent'anni opprimevano il popolo italiano.
I partigiani, però, non avevano una grande disponibilità di armi, per questo motivo si erano organizzati in modo da prendere le armi ai soldati di ritorno dalla leva o prelevandole dai depositi dell’esercito italiano. Ma si trattava di fucili e di poche altre armi leggere che non potevano reggere il confronto con quelle dei nazisti.
C’era poi il problema delle munizioni. A questi problemi vennero in aiuto in seguito gli Alleati, con forniture di armi, munizioni, denaro ed ufficiali di collegamento ai partigiani del settentrione. Solo nel corso degli ultimi quattro mesi di guerra, gennaio-aprile 1945, la Special Force organizzò 865 lanci di materiale da guerra ai partigiani del nord. Due terzi di tali lanci riuscirono, cioè 551 per complessive 1200 tonnellate e precisamente 650 tonnellate di armi e munizioni, 300 tonnellate di esplosivo e 250 tonnellate di altri materiali.
Le armi più utilizzate erano i fucili. I fucili più utilizzati in Italia nella Seconda Guerra mondiale erano i Carcano: erano dei fucili ad otturatore-girevole-scorrevole con una baionetta al termine. Questi non erano dei fucili moderni al tempo della Seconda Guerra mondiale perché erano già stati superati tecnologicamente da altre invenzioni. I partigiani chiamavano questi fucili con il termine dialettale "parabello", probabilmente nome derivato dal tipo di munizioni che venivano usate cioè i proiettili da 9mm parabellum.
Un'altra tipologia di armi utilizzata era quella delle pistole.
La pistola più "popolare" in Italia era la Beretta M34 ed M35, una pistola semiautomatica (cioè che una volta caricato un colpo il resto si caricava automaticamente) che era in dotazione alle Forze Armate, ma venne usata anche dai partigiani durante la Resistenza.
In minoranza c'erano altre armi leggere come le mitragliatrici Breda Mod. 30 cioè una mitragliatrice da squadra che si utilizzava appoggiandosi al terreno con i rispettivi bracci di appoggio.
Diego Lombarda

giovedì 12 novembre 2009

Canti della resistenza

I canti della Resistenza antifascista sono parte integrante del repertorio nazionale italiano; essi si rifanno al ricordo della lotta partigiana e al concetto di libertà e indipendenza. Il loro stile riprende quello dei canti del Risorgimento e della Grande Guerra.
Sono riportato delle brevi descrizioni di due significativi e particolarmente noti canti della resistenza: Bella Ciao e quello che è considerato l'"inno ufficiale" della Resistenza: Fischia il vento. Bella Ciao ha un'ascendenza illustre: è infatti possibile notare la somiglianza di questo canto in con una canzone popolare, nota in tutta l'Italia settentrionale, di solito col nome de Il fior della Rosina.
La circolazione di Bella Ciao durante la Resistenza si limita alle zone di Montefiorino, nel Reggiano, dell’alto bolognese e a quelle delle Alpi Apuane e del reatino. Il testo, come detto in precedenza, ricorda quello de Il fiore della Rosina, che ha però una musica diversa. Questa invece è quasi uguale a quella della canzone Bevanda sonnifero.
Il canto più popolare tra i partigiani è Fischia il vento. Beppe Fenoglio, ne Il partigiano Johnny, la ricorda come "una vera e propria arma contro i fascisti". La melodia di questa canzone è la stessa di quella una canzone russa di M. Isakovsky e M.Blanter intitolata Katjuša. I versi invece sono stati composti (ma poi modificati nel corso del tempo) da Giacomo Sibilla e Felice Cascione, il primo, era un partigiano di Onelia, il quale aveva appreso quel canto nell’estate del 1942 mentre si trovava prigioniero in Unione Sovietica.
Dopo l’8 settembre Sibilla, assunto il nome di battaglia "Ivan", entra a far parte di una banda partigiana operante nella zona d’Imperia e in quel gruppo inizia a suonare con la chitarra la melodia russa sulla quale un altro partigiano, Felice Cascione, medico nella vita civile, compone i primi versi, successivamente rimaneggiati attraverso una serie di passaggi fra compagni partigiani. Fischia il vento si trasforma presto in un inno partigiano che si diffonde nelle zone del Nord Italia.
video

Stefano Niero

venerdì 6 novembre 2009

I gruppi partigiani nel Bellunese e Agordino


Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, con la conseguente caduta del regime fascista, si aprì in Italia un periodo difficile destinato a condizionarne il futuro. I nazisti entrarono in Italia occupandone il territorio e, dato che l’esercito regolare si era dissolto, toccò ai nuclei partigiani, formati principalmente da giovani e antifascisti, tentare la difesa e la liberazione del paese. Nell’Agordino, ma soprattutto nel Bellunese, si crearono gruppi ben organizzati tra i quali ricordiamo il primo nucleo partigiano “Luigi Boscarin”/“Tino Ferdiani” creato il 7 novembre 1943 su iniziativa del Comando Veneto e delle Brigate Garibaldi. Le Brigate Garibaldi, per l’appunto, furono molto attive nell’area di Belluno e Agordo con le varie Brigate “Leo de Biasi”, “Beduschi” e “Fratelli Fenti” operanti nella stessa Agordo le quali, tutte insieme, formarono il gruppo “Carlo Pisacane”. Altre importanti Brigate che esercitarono nel territorio Bellunese furono quelle “Calvi” e “Cacciatori delle Alpi” nel Cadore e quella nel Feltrino denominata “Antonio Gramsci”. Le Brigate e le organizzazioni partigiane fornirono un notevole contributo alla lotta contro i nazisti grazie anche al fatto che potevano arruolare persone colte e intellettuali che potevano dare un forte aiuto strategico in battaglia. Le Brigate Garibaldi costituirono l’80% circa di tutta la forza partigiana ed erano organizzate in tutt’Italia anche se in maggior parte nel Nord del paese. Queste agivano solitamente di soppiatto e silenziosamente tramite dei sabotaggi che indebolivano il nemico. Raramente i gruppi partigiani cercarono lo scontro diretto anche se questa tecnica non salvò le oltre 40 mila vittime partigiane della guerra. I partigiani arruolati nel Triveneto furono circa 34 mila e ne perirono, purtroppo, più di 7 mila; altri furono deportati nei Lager o imprigionati dai tedeschi.



Alessandro Bregalda

L'ABBIGLIAMENTO DEI PARTIGIANI




Il bersagliere ha cento penne
e l’alpino ne ha una sola
il partigiano ne ha nessuna
e sta sui monti a guerreggiar.
(Canto partigiano 1985)



I partigiani erano guerriglieri volontari di origine popolare riuniti nel comune intento di opporsi militarmente e politicamente al governo della Repubblica Sociale Italiana e degli occupanti nazisti.
Migliaia di giovani partirono senza sapere a cosa andavano incontro e furono gli unici a dover combattere durante una guerra senza una divisa unitaria; dovevano perciò provvedere personalmente al loro vestiario con ciò che disponevano, molto spesso non adeguato a ciò che dovevano realmente fare. Gli uomini erano vestiti con giacche militari, camicie rosse, semplici giacche da borghesi ornate da fazzoletti di vari colori usati per distinguersi (rosso, azzurro, verde) insieme a distintivi diversi per ogni gruppo: stella rossa per le brigate Garibaldi, scudetto metallico con fiaccola fra le lettere G e L per i Giellisti, coccarde tricolori per gli autonomi. Probabilmente ciò che contava maggiormente per questi giovani era l’orgoglio di distinguersi attraverso questi simboli che fornivano un’identità per loro importante. Portavano inoltre cinturoni che si potevano sostituire con semplici spaghi, cartucciere, berretti militari e cuffie di lana. A volte spiccavano anche elementi fantasiosi come giubboni di pelliccia, cappelli pirateschi e alla cow-boy che poco avevano a che fare con il tema della guerra.
Le scarpe, non adatte ai piedi dei loro utilizzatori, erano sempre rotte poiché il tanto camminare le consumava a poco a poco e per i partigiani era come essere scalzi.
Nelle formazioni di montagna resistevano solo i più decisi, i partigiani veramente convinti; durante queste campagne si assisteva ad una miglioria dell’equipaggiamento poiché coloro che abbandonavano la guerra dovevano lasciare ai compagni che restavano quanto di meglio possedevano: scarpe, maglioni, coperte....
I tanti colori che dipingevano l’esercito partigiano lo facevano assomigliare ad un arlecchino, privo di divisa ma altrettanto colorato.


Alessia Zaroccolo

martedì 20 ottobre 2009

LE MALGHE



La malga è una sorta di agriturismo situato in località montante dove si producono prodotti caseari come latte, formaggio e burro; circondata da paesaggi incontaminati, quali terreni dove pascolano bovini e caprini, offre una vasta gamma di panorami mozzafiato, come ad esempio la malga Dosso di Sotto ad Asiago, nella quale si possono ammirare la piana di Vezzena, le pareti settentrionali del monte Verena e la cresta di Cima Portule, citiamo poi la malga di Porta Manazzo, che offre un bellissimo panorama della Valsugana, delle Dolomiti e dei Laghi di Caldonazzo e Levico. Oltre ad essere circondate da paesaggi incontaminati, alcune malghe presentano scenari legati alla prima e seconda Guerra Mondiale, come ad esempio la malga Zebio, circondata da numerose trincee e altre tracce indelebili della prima Guerra Mondiale, tra i quali il cimitero dei caduti. Le malghe prese in considerazione nel libro “i piccoli maestri”, di Luigi Meneghello, del quale ci occupiamo, sono situate nel territorio Bellunese e Trentino, con riferimento alla malga Fossetta, situata tra il Parco Nazionale delle Dolomiti Bellunesi e il Parco di Paneveggio-Pale di San Martino; nell'altopiano di Asiago troviamo la malga Fiara, situata ad un altitudine di 1625 s.l.m. nel comune di Roana. L'oggetto preso in esame rappresenta il centro delle operazioni per mantenere tale il paesaggio delle località montante, risulta quindi importante tenerle operative e svilupparle nel rispetto degli ambienti incontaminati nei quali sono immerse. Sono inoltre un importante finestra per scoprire e imparare a rispettare un mondo emozionante e suggestivo quale la vita e il paesaggio rurale, infine si rivelano una grande risorsa per il turismo.


Giovanni Munaretto

lunedì 19 ottobre 2009

Tra ironia e avventura, la resistenza come formazione


Abbiamo cominciato a leggerti, libro.
Questo "I Piccoli maestri" di Meneghello ci è immediatamente piaciuto, fin dalle prime pagine. Ci sei sembrato subito simpatico perchè parli facile e ti fai capire. Sappiamo che ora devi essere quello alla mano perchè più avanti arriveranno episodi difficili da mandare giù, nudi e crudi, reali, sofferti.
Parlare di guerra per noi che l' abbiamo vista solo con il binocolo nei libri di storia o dal racconto dei nonni non è cosa semplice. Rischiamo di adottare quel superficiale distanziamento di chi prende tutto alla leggera.
E' per questo che vogliamo entrare bene dentro di te, leggerti e rileggerti, approfondirti, osservarti e poi ancora usarti con lo sguardo consumato di chi vuole scoprire tutto e più di tutto.
Siamo pronti e cominciamo subito, uno dopo l' altro, a navigare a vista fra i riferimenti che ci dai, di un paesaggio a noi già un po' noto che ancor di più lo diventerà.
Approfondiremo, uno dopo l' altro, gli aspetti che troviamo e che ci incuriosiscono ( o incuriosiscono il professore, che sarebbe il sottoscritto) per aver più chiaro ciò che ci racconti. E' un esperimento di critica monografica, binomio di sostantivi dall' aspetto ambizioso, perchè siamo convinti che anche un gruppo si studenti 15enni hanno qualcosa da dire di questo mondo che stiamo andando ad esplorare.
Piccoli maestri, come piccoli studenti o piccoli uomini e donne. Piccoli, perchè si è sempre piccoli davanti a realtà come la guerra ( in negativo), e l' amore ( in positivo), due tra i grandi temi presenti in questo romanzo.
procederemo disordinatamente nei contenuti, ma ordinatamente rispetto al libro. Ogni qualvolta si trovi qualcosa di utile e interessante per comprendere meglio il romanzo, lo sventreremo e proporremo un bel post di ricerca.
L' ambizione è quella di scriverne almeno uno alla settimana. No, direi almeno due.
Si vedrà.

Buon lavoro,
e soprattutto buona lettura.

Prof. Simone Ariot