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venerdì 8 gennaio 2010

La bici ieri e oggi.


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Si viaggiava molto, anche coi treni, ma sopratutto in bicicletta; si andava in tutti i centri provinciali, e nelle città, Venezia, Verona, Treviso, Rovigo. Da Vicenza, si capisce, giravamo al largo. Un paio di volte andai in bicicletta anche a Milano, al Centro dei centri.”

Come lascia intendere questo trafiletto dei “Piccoli maestri”, al tempo della Resistenza, la bicicletta era il mezzo di trasporto maggiormente usato dagli strati popolari. In Italia, l'uso di essa mise paura ai nazifascisti che vedevano in ogni ciclista, un potenziale ribelle pronto a sparare, tanto che il generale Fiorenzo Bava Beccaris, decretò che in tutta la provincia di Milano, l'uso della bicicletta fosse vietato, ma dovette far marcia indietro, dato che tale divieto significò un blocco della produzione, siccome era il mezzo di trasporto degli operai.Tra le file partigiane, presero parte anche numerosi ciclisti che, liberi da impegni lavorativi a causa del conflitto in corso, decisero di schierarsi con i partigiani, affinché potessero continuare ad utilizzare il loro abituale strumento lavorativo.La bicicletta era dunque un mezzo con cui i partigiani si tenevano in contatto, compivano azioni, fuggivano alla cattura della polizia, trasportavano documenti, armi e addirittura bombe, tutto nascosto nei doppi fondi di cestini di vimini.Anche nel dopoguerra la bici fu molto diffusa fra i braccianti nelle campagne.Al giorno d'oggi, data la gran diffusione dell'uso dell'automobile, la bicicletta è stata per lo più accantonata e, se viene utilizzata, è solo per delle commissioni o degli spostamenti che non superano i 2 km; inoltre, l'adozione della bici non è favorita in alcun modo, dato che spesso per favorire il traffico di automobili, si vanno a creare delle situazioni di pericolo per i ciclisti e gli investimenti per diffonderne l'uso vengono spesso sminuiti dai comportamenti irrispettosi degli automobilisti nei confronti di chi vuol spostarsi in bici.
Laura Sanson

mercoledì 23 dicembre 2009

Le comunicazioni clandestine

«(Le famiglie che sostenevano i partigiani)… Ci ospitavano, ci nutrivano, ci fornivano le biciclette, ci recapitavano i messaggi, tenevano in casa depositi e archivi, e magari anche la trasmittente clandestina, e addirittura l’operatore della trasmittente clandestina» I piccoli maestri – Luigi Meneghello

Durante la resistenza, i canali di comunicazione fra i partigiani e gli alleati erano le staffette e le radiotrasmissioni clandestine. La più importante tra queste era Radio Londra, una stazione radiofonica della BBC che trasmetteva contenuti specifici in tutta l’Europa continentale. Questa emittente era promossa dal primo ministro inglese, Winston Churchill. Le trasmissioni iniziavano sempre con le prime note della 5° sinfonia di Beethoven, che in codice morse corrispondono alla lettera “V”, iniziale della parola “victory”, il motto di Churchill. Si proseguiva con i messaggi degli ascoltatori o con quelli del governo britannico ai combattenti e ai partigiani.

I messaggi destinati al fronte venivano letti dal colonnello Harold Stevens, ed erano coperti da segreto militare; questo li rende ancora oggi indecifrabili. Di seguito ne è riportato uno:

“...Parla Londra, trasmettiamo alcuni messaggi speciali. Felice non è felice; è cessata la pioggia; la mia barba è bionda; la mucca non dà latte; Giacomone bacia Maometto; le scarpe mi stanno strette; il pappagallo è rosso; l'aquila vola. Parla Londra, abbiamo trasmesso alcuni messaggi speciali.”

Per portare ordini e messaggi ai partigiani era stato istituito un servizio di staffetta, composto principalmente da donne, che dovevano raggiungere gli insediamenti dei combattenti nel minor tempo possibile e cercando di non destare sospetti. Le staffette correvano tanti rischi quanti ne correvano i resistenti: spesso per portare i messaggi bisognava scappare dai fascisti e dai tedeschi, trascorrere varie nottate all’aperto e faticare per trasportare viveri e indumenti.


Alberto Corato