lunedì 27 dicembre 2010
domenica 10 gennaio 2010
L'importanza dell'agricoltura nel periodo di guerra
Quasi la metà(il 42,9% in media in Italia) di quelli che non andavano in guerra era impegnata nel settore primario, ma era un'agricoltura povera, solo per il consumo locale; comunque bisogna aggiungere che in Europa la media del settore primario nei paesi più poveri arrivava a toccare il 90%. In Italia le industrie erano rare e soprattutto nel nord-ovest italiano. Oltretutto la produzione agricola si era ridotta notevolmente rispetto all'anteguerra; tra i motivi vi furono la scarsa disponibilità di fertilizzante per concimare i terreni(perchè si stava tramutando qualsiasi piccola industria in un'altra a scopo bellico), sia, ovviamente, perchè i contadini erano richiamati alle armi.In loro assenza erano le donne ed i ragazzi non in età adulta ad occuparsi dei campi. Quindi si può facilmente capire che le donne ebbero un ruolo fondamentale nell'agricoltura durante il periodo di guerra. Infatti quando si passava per i campi(che occupavano gran parte del paesaggio italiano) era molto più facile vedere delle donne al lavoro al posto degli uomini.Comunque questa percentuale variava anche dalla parte d'Italia in cui ci si trovava: nell'Italia meridionale(esclusa la Sardegna)il settore primario raggiungeva il 63,4%, nell'Italia centrale si sfioorava il 60%, nel nord-est quasi il 56% e, al contrario, nelle regioni industrializzate del nord-ovest(Lombardia, Piemonte e Liguria) arrivava al 35%, come nei paesi europei più avanzati. Nonostante nel periodo della Guerra fossero morti circa un milione e mezzo di contadini il Censimento del '51 mostrava una dominanza dell'agricoltura simile alla situazione della fine degli anni Trenta. Questa considerazione ci fa capire che nonostante la guerra avesse indebolito fortemente l'agricoltura, restava il settore portante dell'Italia in quanto le industrie non avevano ancora abbastanza materie prime per lavorare e molto spesso rimanevano povere. Quindi si può facilmente capire che gli scenari descritti ne "I Piccoli Maestri" sia realistico e ci fa ben comprendere la differenza tra quello che una volta era campagna( una grandissima distesa di campi fra un paesello e l'altro) e quella che intendiamo noi(qualche campo intorno al paese).
L'insurrezione di Padova
Camminavamo in mezzo alla strada, andando incontro all’ottava armata.[...] Com’è strana la vita, sono arrivati gli inglesi. Benvenuti. Questi carri sono i nostri alleati. [...] “Benvenuti” dissi. “La città è già nostra”. [...] Rientrammo in città seduti sul carro chiacchierando a urli con gli inglesi.
-Luigi Meneghello; I Piccoli Maestri-
LA GUARDIA NAZIONALE REPUBBLICANA
Nel dicembre dell’anno millonovecentoquarantatrè, il governo fascista istituì un nuovo corpo militare, la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR). Essa incamerò i reali carabinieri e la polizia dell’africa italiana (ossia la polizia coloniale) e prese posto, guidata dall’ex Presidente Renato Ricci, nella Repubblica Sociale Italiana.
Questo nuovo organismo arrivò a contare un esercito di più di centoquarantamila uomini, che mantennero le loro vecchie uniformi rimuovendo però le stellette delle forze armate regie dai loro alamari (L’alamaro era un tipo di allacciatura).
Tale organizzazione risultò estremamente radicata nel territorio grazie all’unione dei distaccamenti territoriali della Milizia e dell’Arma. Nonostante la sua potenziale efficacia operativa, spesso venne a scontrarsi con la diffidenza e l’aperta ostilità delle forze germaniche alleate: più di qualche volta i comandi tedeschi negarono alla GNR la possibilità di usufruire delle caserme, poste sotto il loro diretto controllo.
Solo con l’intervento personale di Benito Mussolini e un suo collaboratore si poterono dare alla GNR rifornimenti. Questi non furono sempre utilissimi, poiché consistevano in vecchi fucili.
La GNR possedeva più milizie armate: ferroviaria, portuaria, post telegrafonica, montagna e foreste, frontiera ed infine quella stradale. Come viene descritto nel libro di Meneghello, la GNR di montagna operava spesso rastrellamenti che costringevano i partigiani a nascondersi o ad impugnare le armi.
Dopo circa un anno dalla sua fondazione,nell’agosto del millenovecentoquarantaquattro, la Guardia Nazionale Repubblicana venne inglobata nell’Esercito Nazionale Italiano come prima Arma delle Forze armate. Nonostante ciò, essa continuò a compiere un lavoro di sicurezza dietro le linee del fronte in ausilio delle forze germaniche, fino a quando, nel millenovecentoquarantacinque, verrà sciolta definitivamente.
Samuele Saggiorato
sabato 9 gennaio 2010
GLI INGLESI LIBERATORI
M4 Sherman inglesi
L’inizio della Campagna d’Italia fu permesso dall’Operazione Husky, che consisteva nella conquista della Sicilia da parte delle forze angloamericane. Nonostante la coraggiosa resistenza opposta dai soldati dell’Asse, in poco più di un mese l’isola fu totalmente sotto il controllo alleato.
Sebbene la Sicilia fosse in mano alleata dal 17 agosto solo il 3 settembre, con l’Operazione Baytown, iniziò l’invasione dell’Italia continentale. In quello stesso giorno si firmò l’armistizio fra il Regno d’Italia e le forze alleate. All’Operazione Baytown, grazie al quale gli Alleati ottennero una base nell’Italia peninsulare, seguirono l’Operazione Slapstick, che consisteva nello sbarco alleato a Taranto, e l’Operazione Avalanche, che consisteva nello sbarco a Salerno.
Fino alla fine del 1943, l’unico ostacolo all’avanzata alleata in Italia era rappresentato dalla Linea Gustav, rotta solo nella primavera del 1944 al quale seguì la presa di Roma nel giugno dello stesso anno; dopo la conquista della capitale anche l’ultima linea difensiva a nord di quest’ultima, la Linea Gotica, venne superata nella primavera del 1945, in seguito al successo dell’Operazione Sunrise, ovvero un’operazione segreta di intelligence, che ebbe lo scopo di negoziare la resa delle forze tedesche del nord Italia e il passaggio dei poteri della Repubblica Sociale alle forze alleate.
Infatti, il 25 aprile 1945, la Repubblica Sociale Italiana cadde, permettendo agli Alleati la liberazione delle città ancora sotto il controllo nazifascista del nord Italia. Le truppe britanniche che ormai avevano oltrepassato il Po nei pressi di Ferrara, erano diretti a Padova. In questa città aveva sede il comando regionale del Corpo Volontari della Libertà (CVL) e insorse il 27 aprile contro i nazifascisti che ancora la occupavano. I fascisti si arresero subito alle forze partigiane, ma i tedeschi si arresero solo in tarda serata, all’arrivo dell’Ottava Armata inglese.
Carlan Gian Marco
venerdì 8 gennaio 2010
La bici ieri e oggi.
“ Come lascia intendere questo trafiletto dei “Piccoli maestri”, al tempo della Resistenza, la bicicletta era il mezzo di trasporto maggiormente usato dagli strati popolari. In Italia, l'uso di essa mise paura ai nazifascisti che vedevano in ogni ciclista, un potenziale ribelle pronto a sparare, tanto che il generale Fiorenzo Bava Beccaris, decretò che in tutta la provincia di Milano, l'uso della bicicletta fosse vietato, ma dovette far marcia indietro, dato che tale divieto significò un blocco della produzione, siccome era il mezzo di trasporto degli operai.Tra le file partigiane, presero parte anche numerosi ciclisti che, liberi da impegni lavorativi a causa del conflitto in corso, decisero di schierarsi con i partigiani, affinché potessero continuare ad utilizzare il loro abituale strumento lavorativo.La bicicletta era dunque un mezzo con cui i partigiani si tenevano in contatto, compivano azioni, fuggivano alla cattura della polizia, trasportavano documenti, armi e addirittura bombe, tutto nascosto nei doppi fondi di cestini di vimini.Anche nel dopoguerra la bici fu molto diffusa fra i braccianti nelle campagne.Al giorno d'oggi, data la gran diffusione dell'uso dell'automobile, la bicicletta è stata per lo più accantonata e, se viene utilizzata, è solo per delle commissioni o degli spostamenti che non superano i 2 km; inoltre, l'adozione della bici non è favorita in alcun modo, dato che spesso per favorire il traffico di automobili, si vanno a creare delle situazioni di pericolo per i ciclisti e gli investimenti per diffonderne l'uso vengono spesso sminuiti dai comportamenti irrispettosi degli automobilisti nei confronti di chi vuol spostarsi in bici.
Laura Sanson
domenica 27 dicembre 2009
Le donne della guerra
In prima linea ,nonostante tutto, c’erano anche loro:le donne della guerra, che la guerra l’hanno fatta, vissuta e raccontata.
«Caratteristica fondamentale della resistenza femminile che fu uno degli elementi più vitali della guerra di liberazione è proprio questo suo carattere collettivo, quasi anonimo, questo suo avere per protagoniste non alcune creature eccezionali, ma vaste masse appartenenti ai più diversi strati della popolazione, questo suo nascere non dalla volontà di poche, ma dalla iniziativa spontanea di molte»A. Marchesini Gobetti.
Così la donna non si distingueva più solo per il ceto sociale:
C’era la partigiana, che combatté con il sangue per la liberazione della patria
C’era l’infermiera , che soccorreva i tanti troppi caduti che una guerra fatta da un esercito non regolare e improvvisato provocava
C’erano le staffette , cioè coloro che , per conto dei vari reparti di partigiani, costituivano l’unico e vero mezzo di comunicazione.
Durante le soste di pernottamento e di riposo, le staffette andavano nell'abitato in cerca di viveri, di medicinali e , soprattutto, di informazioni riguardo eventuali reparti nemici nelle vicinanze.
C’erano infine le informatrici, coloro che tenevano aggiornati i vari reparti sulla situazione politica generale e sull’andamento delle battaglie nella penisola.
Ogni donna non fascista dell’epoca partecipò per quanto possibile alla resistenza.
Le contadine accoglievano e rifocillavano, rischiando d’essere scoperte, i partigiani di passaggio, trattandoli spesso come figli.
E’ infatti questo il ruolo che Marta, nel libro ‘I piccoli maestri ’ , riveste a pieno , difendendo l’identità e l’ubicazione dei partigiani che ospitava anche a costo di essere arrestata e torturata.
Le donne però, che come molti ritengono, furono colonne portanti dell’organizzazione e della gestione della guerra partigiana, non furono mai lodate e premiate per gli sforzi ed i rischi corsi durante la guerra, quasi solo il braccio dell’uomo fosse stato l’artefice della vittoria partigiana.
giovedì 24 dicembre 2009
La classe dirigente italiana nel dopoguerra

“Studiavamo letteralmente per l'Italia, per l'inesistente grande classe dirigente italiana che doveva emergere dopo la guerra. Doveva.[...]Era un corso accelerato di sapienza antifascista”
Già durante la Resistenza, iniziarono a crearsi vari partiti politici antifascisti. I principali erano: il Partito Repubblicano, il Partito Comunista italiano, il Partito Socialista e infine, il Partito della Democrazia Cristiana.
Il partito Comunista e il Partito Socialista strinsero il patto d'unità d'azione nel 1934 per combattere insieme il fascismo, mentre il Partito Repubblicano fu molto importante nella lotta della Resistenza italiana e nella lotta contro il fascismo in Spagna.
Il partito della Democrazia Cristiana nacque nell'autunno del 1942, e fu fondato dall'unione di diversi gruppi, tra cui il Partito Popolare, uomini del Sindacalismo bianco e militanti cattolici antifascisti. Inoltre contribuirono alla fondazione di questo partito tutte le persone della nuova generazione che rifiutavano ogni ripresa della tradizione prefascista. Il partito partecipò alla resistenza politica e militare, entrò con propri uomini nei governi di Badoglio e Bonomi e infine in quello di Parri che si formò subito dopo la liberazione, ma che andò in crisi in pochi mesi.
Nel Dicembre del 1945 De Gasperi (il fondatore della DC) andò al potere per varie ragioni: aveva un passato antifascista, era interlocutore privilegiato degli USA ed era l'uomo in grado di assicurare gli interessi della Chiesa e di salvaguardare l'autonomia dello Stato.
Nel referendum istituzionale manifestò una preferenza a favore della Repubblica e dopo i risultati del 2 Giugno 1946 contribuì a stroncare ogni resistenza monarchica. Nelle elezioni il Partito della Democrazia Cristiana risultò quello con un maggior numero di voti; gli esponenti di questo Partito furono tra coloro che contribuirono maggiormente nel redarre la Carta Costituzionale.
Il partito della Democrazia Cristiana rimase al governo del nostro Stato per 52 anni (dal 1942 al 1994). I maggiori esponenti di questo partito furono oltre ad A. De Gasperi, G. Gronchi, A. Moro e G. Andreotti (che è tuttora senatore a vita).
Matteo Atanasio
mercoledì 23 dicembre 2009
Le comunicazioni clandestine
«(Le famiglie che sostenevano i partigiani)… Ci ospitavano, ci nutrivano, ci fornivano le biciclette, ci recapitavano i messaggi, tenevano in casa depositi e archivi, e magari anche la trasmittente clandestina, e addirittura l’operatore della trasmittente clandestina» I piccoli maestri – Luigi Meneghello
Durante la resistenza, i canali di comunicazione fra i partigiani e gli alleati erano le staffette e le radiotrasmissioni clandestine. La più importante tra queste era Radio Londra, una stazione radiofonica della BBC che trasmetteva contenuti specifici in tutta l’Europa continentale. Questa emittente era promossa dal primo ministro inglese, Winston Churchill. Le trasmissioni iniziavano sempre con le prime note della 5° sinfonia di Beethoven, che in codice morse corrispondono alla lettera “V”, iniziale della parola “victory”, il motto di Churchill. Si proseguiva con i messaggi degli ascoltatori o con quelli del governo britannico ai combattenti e ai partigiani.
I messaggi destinati al fronte venivano letti dal colonnello Harold Stevens, ed erano coperti da segreto militare; questo li rende ancora oggi indecifrabili. Di seguito ne è riportato uno:
“...Parla Londra, trasmettiamo alcuni messaggi speciali. Felice non è felice; è cessata la pioggia; la mia barba è bionda; la mucca non dà latte; Giacomone bacia Maometto; le scarpe mi stanno strette; il pappagallo è rosso; l'aquila vola. Parla Londra, abbiamo trasmesso alcuni messaggi speciali.”
Per portare ordini e messaggi ai partigiani era stato istituito un servizio di staffetta, composto principalmente da donne, che dovevano raggiungere gli insediamenti dei combattenti nel minor tempo possibile e cercando di non destare sospetti. Le staffette correvano tanti rischi quanti ne correvano i resistenti: spesso per portare i messaggi bisognava scappare dai fascisti e dai tedeschi, trascorrere varie nottate all’aperto e faticare per trasportare viveri e indumenti.
Alberto Corato
venerdì 18 dicembre 2009
LA MALINCONIA DELLA RESISTENZA
Immagine realizzata da Nemanja Rajic
Nella lettura de”I Piccoli Maestri”, ambientato nella II guerra mondiale, molto spesso abbiamo riscontrato questo sentimento, infatti lo scrittore tende molto a sottolinearlo. Molto probabilmente Luigi Meneghello lo fa a causa della sua esperienza personale avuta in guerra, combattuta con la resistenza.
Le malinconie più ricorrenti, non solo del protagonista ma anche dei personaggi secondari e antagonisti, sono quelle della propria casa, della propria fidanzata, della propria moglie, dei propri figli... Tante volte sono proprio i compagni rivelano al protagonista le proprie malinconie. Non perché lui gliele chieda, ma perché in questo modo loro si sentono più sollevati. Questa condivisione di sentimenti dolorosi fa sicché la sofferenza che tengono in serbo svanisca parzialmente. Ad un tratto del libro, persino un soldato tedesco racconta della propria malinconia verso la patria, verso la propria città natale. Anche se non parla in modo diretto della malinconia, dalle sue parole essa emerge molto fitta.
La malinconia, esistita da sempre, ha accompagnato la storia fino ai giorni nostri. È un sentimento che non bisogna prendere alla leggera perché essa ci accompagnerà per sempre come ci ha già accompagnato.
Nemanja Rajic
giovedì 17 dicembre 2009
Marcesina, la Finlandia d' Italia
… mi pareva d’intuire dov’era la conca di Marchesina … Idrografia_Marcesina è molto particolare rispetto alla totalità dell’intero altopiano di Asiago in quanto i depositi morenici hanno determinato l’impermeabilizzazione del’luogo per cui si formano acquitrini con drenaggi eseguiti da ruscelli che alimentano la Val Gadena.
Morfologia_La presenza nel’antichità di ghiacciai ha determinato la morfologia dell’attuale conca di Marcesina in quanto essi hanno colmato le depressioni e modellato le cime. Proprio grazie alle morene (resti rocciosi causati dai ghiacciai) è possibile determinare che il “modellamento” della piana si può ricondurre all’ultima glaciazione.
Flora e Fauna_Nella zona la fauna è un elemento a sé stante in quanto le rigide temperature del luogo favoreggiano un preservamento solo di alcune piante e animali. Si trovano anche importanti specie rare tra cui la Drosera rotundifolia e l’Andromeda polifolia, scoperta per la prima volta proprio in questo luogo nel 1703. Elementi faunistici tipici della zona sono certamente cervi, caprioli, scoiattoli, volpi e marmotte. Ultimamente dal 2006 è stato riavvistato l’orso bruno. Molte sono le attrazioni sportive e naturalistiche di questo posto, si passa dalle scampagnate in estate, alle sciate invernali. Famoso è il sentiero dei Cippi che porta ai Castelloni di San Marco, senza dubbio uno dei luoghi più affascinanti dell’Altopiano.
Marco Gasparotto
lunedì 14 dicembre 2009
IL LAGO DI FIMON
"...In una c'è il laghetto triste che si chiama Fimòn; al di la del lago..."
Il lago di Fimon è l’unico lago veramente importante che troviamo nella provincia di Vicenza. É un lago di dimensioni molto piccole (0.52 Km
Nei pressi del lago si trovano importanti siti archeologici in quanto vi troviamo resti di insediamenti appartenenti a due epoche distinte: il primo appartenente all’età del bronzo( il secondo appartenente al neolitico(IV millennio A.C.). Il primo a interessarsi realmente e approfonditamente di questi insediamenti fu il naturalista vicentino Paolo Lioy. Le notizie riguardanti l’attività umana durante l’epoca romana e medievale sono quasi del tutto assenti forse poiché la vallata era del tutto ricoperta d’acqua. La bonifica della vallata cominciò solamente nel quattrocento, promossa dai comuni, fino a ridurlo alle dimensioni attuali.
Le specie ittiche presenti in questo periodo sono il pesce gatto, il pesce persico reale, il pesce persico sole e il persico trota (comparse nell’ultimo periodo), la carpa, il luccio, la tinca, l’anguilla (presenti già dal 1887 anno degli studi del Tarassi) e il pesce siluro. Quest’ultimo, essendo uno dei più grandi pesci d’acqua dolce(fino a 280 cm di lunghezza e 25-30 anni di vita), si trova quasi al culmine della piramide alimentare. Si nutre di tutti i pesci vivi o morti che si trovano nel lago di Fimon e sta compromettendo l’ecosistema del lago fino al punto di indurre la provincia a prendere seri provvedimenti contro questo pesce che sta invadendo le acque non solo del lago ma anche del fiume Po e di altri bacini e fiumi dell’Italia.
Negli ultimi anni la comparsa del gambero rosso della Louisiana rischia di compromettere l’equilibrio flora-fauna del lago in quanto non teme caldo, freddo, pesticidi, siccità o quant’altro. In compenso mangia tutto. L’hanno soprannominato “bomba ecologica”. Questo gambero mangia soprattutto le “castagne d’acqua”, piante originarie dell’Asia che però sono specie floristica del Lago di Fimon che è l’unico sito di crescita all’interno del territorio vicentino, riducendole a poche decine. Ha una rapidità di colonizzazione elevatissima.
Luogo importante per turismo, il Lago di Fimon attira pescatori, amanti della natura che possono ammirare il panorama usufruendo dei percorsi più semplici e delle mulattiere utilizzate tempo fa dai carri carichi di risorse provenienti dalle cave di “Pietra di Nanto” e anche ciclisti. Esistono inoltre percorsi adatti alle persone disabili e un sentiero didattico - archeologico.
È presente anche una base nautica aperto nel periodo estivo. Ha 36 ormeggi, con sosta gratuita per i soci delle basi nautiche per il periodo di una settimana.
Elia Bonetto
giovedì 10 dicembre 2009
L'eccidio di Bassano del Grappa
Il 26 settembre 1944 a Bassano del Grappa 31 giovani partigiani bassanesi, catturati in seguito ad un rastrellamento sul Grappa e sugli altri monti vicini, furono impiccati lungo un viale della cittadina veneta. Questa azione da parte dei militari nazi-fascisti causò la morte di oltre 400 antifascisti e la deportazione di altri 500.
Per ogni albero vi era un impiccato: ognuno di essi aveva le mani legate dietro la schiena e portava una targa sul petto, che recitava “briganti”. I nazisti ritenuti responsabili della carneficina non sono mai stati processati dallo Stato Italiano per questo loro crimine. I loro nomi sono Herbert Andorfer, tenente delle SS, processato in Germania per l’uccisione di circa 5000 ebrei nel campo di sterminio del quale era il direttore, e Karl Franz Tausch, conosciuto dalla popolazione locale con la triste fama di “boia tedesco”, che il giorno della strage non aveva nemmeno 22 anni d’età.
Nel pomeriggio di quel lontano settembre fu Andorfer a dare l’ordine di uccidere i 31 giovani. Questi, in precedenza, avevano subito delle iniezioni al fine di svigorire le loro capacità reattive. Furono poi caricati su di un camion sotto il controllo di due soldati tedeschi.
I cappi con cui vennero impiccati erano fatti con pezzi di cavi telefonici e alla sommità era collegata una fune attaccata all’autocarro. Dei volontari ex appartenenti delle “Fiamme Bianche”, tutti giovani neppure diciottenni (un testimone parlò addirittura di un ragazzino di 12 anni che faceva parte del plotone di esecuzione), annodavano i cappi intorno al collo delle vittime. Su ordine di Tausch, il camion accelerava stringendo il nodo attorno alla gola delle vittime e lasciandole penzoloni. Se il partigiano non moriva subito, veniva preso per le gambe e tirato verso il basso da quei ragazzini.
Dopo l’esecuzione, gli assassini e i fascisti di Bassano profanarono i corpi degli impiccati con insulti, sputi e incastrando sigarette nelle bocche dei morti, per poi andare a festeggiare in alcuni locali del posto.
I corpi rimasero in mostra per quasi un giorno intero, circa venti ore, per spaventare gli abitanti e dissuaderli dalla volontà di partecipare alle attività di ribellione contro il regime.
Oggi, il viale alberato è stato chiamato Viale dei Martiri in ricordo di quei 31 partigiani morti per la libertà dell’Italia.
Federica Magnabosco
venerdì 4 dicembre 2009
I soprannomi nei partigiani
“ L’arcadia dei nomi è antica malattia italiana, semmai i nomi che spettavano a noi sarebbero stati quelli degli arcadi e dei pastori, Menalca, Coridone, Melibeo; o forse degli accademici in maschera, l’Inzuccato, l’Intronato, l’Iperbolico. Così in mezzo a Tigre, Incendio, Saetta, restammo Mario, Severino, Bruno…”
L’alimentazione durante la Seconda Guerra Mondiale
venerdì 20 novembre 2009
L’eredità psicologica della guerra
giovedì 19 novembre 2009
I RASTRELLAMENTI MILITARI

I rastrellamenti, durante la seconda guerra mondiale, erano vere e proprie operazioni di tipo militare accuratamente preparate e attuate con grande dispiegamento di uomini, mezzi e armi pesanti. L’obbiettivo principale di un rastrellamento erano i partigiani e il loro annientamento. In genere un rastrellamento doveva colpire in modo inaspettato e violento, cogliendo di sorpresa i partigiani. Per questo motivo si cercava di evitare ogni possibile scontro, lasciando che le formazioni diventassero consistenti nel numero e temerarie nelle azioni. Allo stesso tempo si cercava di ottenere tutte le informazioni possibili sulla posizione e sulla consistenza delle forze partigiane. I nazisti arrivavano con le autoblinde e iniziavano a sparare con le mitragliatrici; scesi, circondavano l’area dov’erano collocati i partigiani e in silenzio perlustravano casolari, siepi, contrade, percorrendo tutte le strade, fino ai sentieri che conducevano ai monti ed ai boschi, dove subito i giovani cercavano di scappare, sperando di salvarsi nascondendosi nei rifugi sotterranei. Le case, spesso, venivano incendiate.
Uno dei rastrellamenti più noti, è quello avvenuto sul monte Grappa fra il 20 e 28 settembre del 1944. Il massacro si è sviluppato ad opera delle truppe del Terzo Reich, ed è caratterizzato da una violenza spropositata. Quella che doveva essere un’operazione contro i partigiani acquistò dopo poche ore i tratti del massacro contro prigionieri e civili disarmati. Infatti le forze della Resistenza arroccate sul Grappa non avevano le armi adeguate e sufficienti e nemmeno le munizioni per fronteggiare un rastrellamento. Quindi, dopo un lesto tentativo di contrasto, dovettero abbandonare il terreno. In poco tempo la violenza nazista e fascista si sviluppò contro degli uomini, soprattutto donne e bambini.
sabato 14 novembre 2009
Le armi dei partigiani

I partigiani, però, non avevano una grande disponibilità di armi, per questo motivo si erano organizzati in modo da prendere le armi ai soldati di ritorno dalla leva o prelevandole dai depositi dell’esercito italiano. Ma si trattava di fucili e di poche altre armi leggere che non potevano reggere il confronto con quelle dei nazisti.
Le armi più utilizzate erano i fucili. I fucili più utilizzati in Italia nella Seconda Guerra mondiale erano i Carcano: erano dei fucili ad otturatore-girevole-scorrevole con una baionetta al termine. Questi non erano dei fucili moderni al tempo della Seconda Guerra mondiale perché erano già stati superati tecnologicamente da altre invenzioni. I partigiani chiamavano questi fucili con il termine dialettale "parabello", probabilmente nome derivato dal tipo di munizioni che venivano usate cioè i proiettili da 9mm parabellum.
Un'altra tipologia di armi utilizzata era quella delle pistole.
In minoranza c'erano altre armi leggere come le mitragliatrici Breda Mod. 30 cioè una mitragliatrice da squadra che si utilizzava appoggiandosi al terreno con i rispettivi bracci di appoggio.
giovedì 12 novembre 2009
Canti della resistenza
venerdì 6 novembre 2009
I gruppi partigiani nel Bellunese e Agordino
Alessandro Bregalda